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L’intervista che “dimostra il design”… solo a chi non ha capito la scienza

Dimaurizio

Nov 22, 2025

Smontando l’ennesima intervista “intelligentemente” fuorviante

Ogni tanto ritorna, come il tormentone estivo: l’“origine della vita” che l’evoluzione “non può spiegare” e che quindi – guarda caso – dimostrerebbe l’esistenza di un progettista intelligente, ovviamente molto interessato al nostro DNA ma stranamente timido nel farsi vedere.

L’episodio di cui parliamo è una puntata del podcast “ID the Future” (canale del Discovery Institute, la casa madre del cosiddetto Intelligent Design), che mi segnala un caro amico con cui parlo spesso di questi temi, intitolata:

“The Origin of Life Problem That Evolution Still Can’t Solve”

Dialogano Eric Anderson e Brian Miller, con continui richiami a Stephen C. Meyer (autore di Signature in the Cell) e a James Tour, chimico molto abile ma spesso citato in modo… creativo.

Ve la incornicio qui (se Youtube la conserva e la lascia pubblica la potrete visionare sempre)
https://www.youtube.com/watch?v=BMvMreME-O4

Scopo dichiarato: mostrare che la scienza dell’origine della vita è in crisi, mentre il “design intelligente” sarebbe l’unica spiegazione sensata.

Scopo reale: fare il trucco del prestigiatore. Ti distraggono con termini tecnici, citazioni a effetto, paroloni tipo “informazione specificata” e “circolarità causale”, e nel frattempo ti sostituiscono il problema scientifico con una conclusione metafisica già decisa in partenza.

Vediamo come funziona.

1. La sceneggiatura: creare un problema “irrisolvibile”

La trama retorica è sempre la stessa:

  1. L’origine della vita è complicata, piena di problemi aperti.
  2. Alcuni scienziati (Benner, altri) parlano esplicitamente di “paradossi”.
  3. Gli esperimenti di chimica prebiotica hanno mille difficoltà.
  4. Il codice genetico è complesso, le macchine molecolari ancora di più.
  5. Quindi: la natura non basta; serve un progettista intelligente.

Tradotto: “Non capiamo ancora bene tutto nei dettagli, quindi possiamo concludere che non lo capiremo mai e che l’unica risposta è il Designer.”
È l’ennesima versione del Dio tappabuchi, solo con il camice da laboratorio.

2. La chimica “che non tende alla vita” e il feticcio del catrame

Un pezzo della discussione ruota intorno al lavoro di Steven Benner, che ha parlato del cosiddetto “paradosso del catrame”: se fai reagire un po’ di organica sotto energia, spesso finisci con miscele scure, polimeri complessi, catrami vari, non con DNA già bello e pronto.

Gli autori trasformano questo in una tesi implicita:

“Tutto quello che sappiamo di chimica e fisica ci dice che le molecole non tendono verso la vita, ma se ne allontanano.”

Due problemi:

  1. Benner non conclude “è impossibile”: elenca sfide da risolvere, non la prova che dobbiamo arrenderci al miracolo.
  2. Il fatto che la chimica “disordinata” produca catrame non dimostra che la vita non possa emergere naturalmente; dimostra solo che non basta buttare reagenti a caso.

È esattamente per questo che la ricerca moderna studia:

  • superfici minerali che selezionano alcune reazioni,
  • cicli di asciugatura/idratazione che concentrano reagenti,
  • gradienti termici e chimici (sorgenti idrotermali, laghi, pozze ecc.),
  • reti chimiche che generano precursori comuni di nucleotidi, amminoacidi e lipidi.

La natura non è un becher agitato a caso. È fatta di ambienti con vincoli e cicli, e proprio questi vincoli possono canalizzare la chimica verso strutture più ordinate. Il “catrame” è un problema tecnico, non la sentenza definitiva sulla materia.

3. L’argomento dell’“informazione” di Meyer: definire male per concludere peggio

Il cuore teologico mascherato da biochimica è l’argomento dell’informazione:

  • DNA e proteine contengono informazione “specificata”, come frasi di un linguaggio.
  • Nei nostri esempi quotidiani, informazione complessa e funzionale nasce da menti.
  • Quindi l’informazione biologica implica una Mente.

Sembra forte, ma è un gioco di parole.

In biologia, “informazione” significa:

correlazione sistematica tra sequenze (nucleotidi, amminoacidi) e funzioni (struttura, catalisi, regolazione).

Questa correlazione non deve essere scritta da una mente: può emergere quando:

  • esistono sequenze in grado di replicarsi (anche male),
  • ci sono variazioni (errori, mutazioni),
  • c’è un ambiente che seleziona chi si replica meglio.

Esperimenti con librerie di RNA e peptidi casuali mostrano che:

  • una frazione non trascurabile di sequenze casuali fa già qualcosa (legano molecole, catalizzano reazioni debolmente);
  • bastano iterazioni di mutazione + selezione perché la funzione migliori.

L’informazione biologica non è “testo scritto da una mente”: è la storia compressa di una lunga serie di filtraggi fisici e selettivi.

4. Il laboratorio, James Tour e l’errore di categoria

Altro pezzo forte è l’uso (e abuso) delle argomentazioni di James Tour:

  1. In laboratorio è difficilissimo costruire RNA e proteine complesse.
  2. I protocolli richiedono interventi continui, controlli di pH, purificazioni, ecc.
  3. Questo mostrerebbe che le molecole, lasciate da sole, non “vanno verso la vita”.
  4. E soprattutto che la chimica prebiotica “non è rilevante” perché lì c’è sempre un chimico che guida tutto.

Ma un esperimento di laboratorio serve a verificare se una trasformazione è possibile in certe condizioni, non a ricreare la Terra primordiale in vetreria.

Che un chimico:

  • imposti la temperatura,
  • scelga il minerale da usare,
  • decida quanto far durare il riscaldamento,

non significa che in natura non esistano ambienti fisici che fanno cose analoghe:

  • cicli giorno/notte, stagioni,
  • vulcani, fumarole, geyser,
  • laghi che si asciugano e si riempiono periodicamente,
  • rocce porose che creano micro-compartimenti.

Se seguissimo la logica Tour–Miller, dovremmo dire che:

  • siccome in laboratorio per studiare la fusione nucleare servono fisici, le stelle non possono bruciare idrogeno senza un “Designer” che giri le manopole;
  • siccome per simulare un terremoto servono geologi e macchinari, anche le placche tettoniche in natura sono “intelligentemente controllate”.

La presenza di intelligenza nell’esperimento non implica intelligenza nel fenomeno naturale: è solo il nostro modo di esplorare le possibilità della natura.

5. Il codice genetico, LUCA e l’accusa di “ragionamento circolare”

Poi arriva la parte “tecnica” sul codice genetico. Un articolo recente ha cercato di ricostruire l’ordine con cui i vari amminoacidi sono stati incorporati nel codice, partendo dalle proteine dell’ipotetica LUCA (Last Universal Common Ancestor).

Gli autori del podcast dicono:

  • si assume che ci sia stata una LUCA,
  • si assume che ci sia stato un codice genetico primitivo con pochi amminoacidi,
  • si assume che si sia evoluto in quello moderno,
  • e poi si usano queste assunzioni per “dimostrare” l’ordine di reclutamento.

“Ragionamento circolare!”, gridano.

In realtà è semplicemente usare il quadro evolutivo consolidato (antenato comune, mutazioni, selezione) per rispondere a una domanda più dettagliata: “dato che c’è stata evoluzione, in che ordine sono comparsi i mattoni?”.

In scienza si fa sempre così:

  • in geologia usi la tettonica a placche per ricostruire i continenti passati;
  • in astrofisica usi la fisica nucleare per ricostruire la vita di una stella.

Qui si usa la teoria evolutiva per fare una ricostruzione storica fine. Non è “dimostrare l’evoluzione con l’evoluzione”, è applicarla a un caso particolare.

Paradossalmente, chi fa davvero il salto circolare sono proprio gli autori del podcast:

  • guardano gli enzimi moderni (complessi, pieni di amminoacidi “tardi”),
  • assumono che la cellula primitiva dovesse già funzionare grosso modo così,
  • dichiarano impossibile qualsiasi forma più semplice,
  • concludono: “quindi deve essere stata progettata così fin dall’inizio”.

Quella sì che è circolarità.

6. Causalità circolare, ATP ed enzimi: davvero segno di design?

Altro cavallo di battaglia: la “circolarità causale”.

Esempi:

  • per produrre ATP servono enzimi che usano ATP;
  • per produrre amminoacidi complessi servono enzimi che li contengono;
  • per copiare il DNA servono proteine codificate nel DNA.

Questo viene venduto come “complessità irriducibile” che richiede un progetto top–down: una mente che pianifica tutto in anticipo.

Ma i sistemi con feedback e cicli chiusi sono:

  • la norma nei sistemi complessi (economia, ecologia, clima, chimica non lineare),
  • perfettamente descrivibili con modelli matematici e reti di reazioni.

In chimica esistono i set autocatalitici: reti in cui i prodotti di alcune reazioni catalizzano altre reazioni, creando catene e cicli. Non serve alcun “architetto esterno”; basta superare una soglia di complessità e connettività, e i cicli emergono spontaneamente.

La “circolarità” non è un bollo di fabbrica del Designer, è il modo naturale con cui sistemi complessi:

  • si stabilizzano,
  • si auto-sostengono,
  • sfruttano flussi di energia.

Che l’ATP oggi sia al centro di un network intricatissimo non implica che fin dall’inizio dovesse essere l’unica molecola energetica possibile, né che il suo assetto attuale sia quello originario.

7. Cosa sappiamo davvero: non un unico “come”, ma diversi percorsi possibili

Qui vale la pena chiarire una cosa che spesso nel dibattito viene volutamente confusa.

Non siamo nel 1800.
Oggi conosciamo diversi modi concreti con cui possono emergere sistemi “tipo vita” a partire da materia che nessuno definirebbe viva:

  • protocellule con membrane lipidiche semplici che inglobano RNA;
  • sistemi in cui RNA (o ribonucleopeptidi) si copia – con aiuti esterni, certo, ma con errori e varianti – e quindi diventa soggetto a selezione darwiniana;
  • protocellule che crescono e si dividono, facendo “competizione” tra popolazioni diverse.

Certo, potremmo dire di non aver ancora creato in laboratorio “la prima cellula di 4 miliardi di anni fa”, anche perchè seppure l’avessimo fatto, semplicemente non potremmo saperlo!
In realtà ciò che abbiamo fatto evidenzia una cosa semplice: SI LA VITA PUO’ emergere da processi chimici spontanei! QUESTO LO ABBIAMO DIMOSTRATO!
E abbiamo anche dimostrato che è avvenuto qualcosa di simile circa 4 miliardi di anni fa, che ha lasciato tracce.
Non conosciamo la struttura di quelle cellule!
Ma abbiamo prodotto protocellule ad RNA funzionanti che si riproducono e sono soggette ad evoluzione darwiniana e lo abbiamo e lo abbiamo fatto con meccanismi naturali causali che potevano avvenire in quel contesto 4 miliardi di anni fa.
Abbiamo fatto qualcosa che dal punto di vista logico è devastante per il discorso dell’Intelligent Design:

Abbiamo dimostrato che esistono vie chimico–fisiche attraverso cui emergono sistemi con le proprietà chiave della vita (compartimentazione, copia imperfetta dell’informazione, selezione) e con le dovute condizioni emergono addirittura protocellule ad RNA.

Sapere che ci sono percorsi plausibili è molto diverso dal pretendere di conoscere il percorso specifico che è effettivamente avvenuto sulla Terra primitiva.

Ed è qui che si vede la differenza di atteggiamento:

  • la scienza dice: “Conosciamo vari meccanismi concreti che portano da chimica a protocellule evolvibili. Non sappiamo ancora quale combinazione particolare sia avvenuta 4 miliardi di anni fa, e non fingiamo di saperlo.”
  • il designista dice: “Non sappiamo esattamente quale processo storico si sia verificato → dunque tutto questo è prova di un intervento di un’entità intelligente, ancora più complessa del fenomeno che vogliamo spiegare, e per di più in radicale contrasto con tutto il resto della documentazione empirica che possediamo.”

L’onestà intellettuale sta nel separare:

  1. il riconoscimento che più scenari sono compatibili con i dati (diversi “come possibili”),
  2. dall’invenzione di uno scenario ad hoc che complica enormemente il modello (un progettista esterno, non modellabile, non osservabile, non testabile) e pretende pure di essere la “spiegazione più semplice”.

Mettere un agente onnisciente fuori dal sistema non semplifica nulla: è una gigantesca scorciatoia metafisica che sposta la domanda da “come si organizza la materia?” a “come funziona la mente del progettista?” – domanda, ovviamente, a cui non viene data risposta.

8. Cosa rimane dell’argomento ID?

Se sgombriamo il tavolo dalla retorica, lo scheletro logico è:

  1. L’origine della vita è ancora incompletamente spiegata.
  2. Alcuni dettagli appaiono, oggi, molto difficili.
  3. Alcuni scienziati ammettono apertamente questi problemi.
  4. Nel frattempo esistono protocollazioni di laboratorio che mostrano protocellule con RNA replicante e dinamiche darwiniane, ma non l’episodio storico esatto della Terra primitiva.
  5. Quindi: la spiegazione migliore è un progettista intelligente.

Questo si chiama argomento dall’ignoranza:

“Non sappiamo ancora X nei dettagli → X è impossibile naturalmente → X è stato fatto da una mente.”

La scienza, al contrario:

  • sa di non sapere tutto (per fortuna);
  • usa i problemi aperti come motore di ricerca, non come scusa per chiudere il libro;
  • produce ogni decennio pezzi nuovi del puzzle (sintesi plausibili di nucleotidi, protocellule, reti chimiche, funzionalità di RNA, ecc.).

Il “design intelligente” invece produce:

  • zero previsioni quantitative,
  • zero esperimenti che possano distinguerlo da un mondo senza Designer,
  • solo un’interpretazione a posteriori: dove c’è complessità, appiccico l’etichetta “Design”.

È una “spiegazione” nel senso in cui “i fulmini sono scagliati da Zeus” è una spiegazione: tranquillizza chi vuole la risposta pronta, ma non riduce incertezza, non guida esperimenti, non aggiunge conoscenza.

9. Conclusione: perché non ci serve un Designer per lavorare meglio

L’origine della vita è uno dei problemi più affascinanti e difficili della scienza contemporanea. Richiede:

  • fisica statistica,
  • chimica organica,
  • geologia,
  • biologia molecolare,
  • teoria dei sistemi complessi.

È normale che non sia “risolta” in un paio di formule. Ma c’è una differenza enorme tra dire:

“Non lo sappiamo ancora, ma abbiamo piste concrete, esperimenti, modelli da testare”

e dire:

“Non lo sappiamo (e in realtà non vogliamo davvero saperlo), quindi c’è stato un progettista.”

Il primo è atteggiamento scientifico.
Il secondo è teologia travestita da paper.

Se proprio vogliamo parlare di “intelligenza” in tutto questo, è quella della specie che ha smesso di attribuire i tuoni a Zeus, i terremoti agli dèi arrabbiati e l’origine della vita a un architetto invisibile… e ha cominciato a chiedersi:

“Quali leggi naturali, anche controintuitive, rendono tutto questo possibile?”

È una domanda molto meno consolatoria, ma infinitamente più onesta.
E soprattutto, è l’unica che abbia mai prodotto risultati.

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