Da molecole a microbi: perché la vita non è un miracolo casuale
Pensare di calcolare una probabilità per l’abiogenesi, senza conoscere i passaggi intermedi equivale a chiedere le probabilità di vincere una partita che non sappiamo nemmeno come si gioca.
Le stime che pretendono di dare un singolo valore di probabilità all’origine chimica della vita poggiano su assunzioni arbitrarie: di solito immaginano una proteina moderna che deve formarsi d’un colpo in un brodo casuale, trattano gli eventi come indipendenti e ignorano la selezione chimica step-by-step. Sono proprio gli errori messi in fila (già nel famoso saggio di Ian Musgrave) per cui queste statistiche sono considerate ingannevoli dalla comunità scientifica – “damned lies” più che calcoli.
In altre parole: finché non conosciamo quali tappe, quanti tentativi paralleli e quali vincoli chimico-fisici hanno guidato la transizione da chimica a biologia, attribuire una probabilità unica è come scommettere sul risultato di una partita senza sapere le regole.
Finché non avremo un modello dettagliato (magari più di uno), qualsiasi numero sarà arbitrario.
Diverso è parlare della probabilità che l’origine sia comunque chimica.
In scienza c’è differenza tra provare/dimostrare che sia avvenuto un certo tipo di fenomeno che ha portato ad un certo prodotto e spiegare nel dettaglio in maniera provata come questo meccanismo sia avvenuto e riprodurlo.
Similmente a quando Benjamin Franklin dimostrò sperimentalmente che il fulmine fosse un fenomeno di natura elettrica, ma non conosceva nel dettaglio il meccanismo fisico alla base della formazione dei fulmini, è possibile dimostrare che la vita sia un fenomeno di natura chimica e che essa sia sorta in forma chimica, sia pur non conoscendo l’esatto processo.
E noi, analogamente, abbiamo dimostrato che la vita sia sorta per via chimica.
Abbiamo teorizzato che se fosse sorta chimicamente avrebbe dovuto Avvenire in modo microbico e che questo avrebbe dovuto precedere ogni altra forma di vita e inoltre che questa insorgenza avrebbe dovuto essere vicino a determinate fonti energetiche. Se questo fosse avvenuto sarebbe stato possibile forse trovare tracce di questa vita microbica attraverso i biomarcatori. E questo ha permesso di predisporre delle verifiche sperimentali nel laboratorio delle scienze ambientali, l’ambiente appunto: si è andati a cercare tracce lasciate da questa vita microbica vicino a zone che erano candidate idealmente. E abbiamo trovato tracce che sono state poi datate e hanno confermato una datazione estremamente remota, prima 3.5, poi 3.9 e adesso ora pare addirittura 4.2 miliardi di anni fa. Non c’è stata altra forma di vita macroscopica o più complessa prima e neanche Durante quel periodo, le prime tracce risalgono a centinaia di milioni di anni fa, confermando l’idea che la vita si sia formata compatibile con quasi l’età della terra e abbia proseguito in quella forma gradualmente mutando e diversificandosi per molto moltissimo tempo.
L’analogia che ho fatto con Benjamin Franklin è calzante: egli provò che il fulmine è elettrico prima di capire la fisica dei temporali. Allo stesso modo, oggi disponiamo di evidenze convergenti che la vita sia nata da processi chimici terrestri, pur non avendo ancora ricostruito l’intera “ricetta”. Tre linee di prova sono particolarmente robuste:
| Evidenza | Età stimata | Ambiente/fonte energetica | Riferimenti |
| Filamenti di ematite interpretati come microfossili in precipitati idrotermali del Nuvvuagittuq Belt (Québec) | ≥ 3,77 Ga (possibilmente 4,28 Ga) | Sfiati idrotermali sul fondo marino | (https://pubs.usgs.gov/publication/7019330) |
| Micro-strutture dendritiche rianalizzate nel 2022, candidate a 4,2 Ga | Fino a 4,2 Ga (studio in Science Advances) | Sistemi idrotermali antichi | (https://bgr.com/science/new-discovery-of-4-2-billion-year-old-fossil-may-reveal-earths-oldest-life/) |
| Grafite con frazionamento isotopico biogenico (Δ¹³C ≈ 25 ‰) nel Saglek Block (Labrador) | > 3,95 Ga | Sedimenti marini metamorfizzati | (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/28959955/) |
| Stromatoliti e biomarcatori nel Dresser Formation (Pilbara, WA) | ~ 3,5 Ga | Sorgenti idrotermali superficiali e laghi salati | (https://www.nature.com/articles/s41467-021-21323-z?utm_source) |
Queste scoperte soddisfano predizioni indipendenti fatte dai modelli abiogenetici:
- Priorità microbica – la vita più antica doveva essere microbica; non troviamo forme macrofossili coeve o precedenti.
- Vicino a fonti di energia riducente (vent chimici, serpentinizzazione, fotolisi superficiale).
- Biosignature compatibili con metabolismo chemiosintetico (isotopi leggeri di C, Fe, S; minerali precipitati da bio-film).
Il fatto che le firme più remote aderiscano a queste attese, e che la vita compaia appena qualche centinaio di milioni di anni dopo la solidificazione della crosta, rende superflua l’ipotesi di una causa “extra-chimica”: non servono interventi esterni quando la chimica terrestre spiegata dalle leggi fisiche fornisce un quadro coerente.
Dove siamo oggi (e perché il “come esatto” resta aperto)
Laboratori di pre-biochimica riproducono ormai singole tappe: sintesi di nucleotidi in condizioni plausibili, protocellule lipidiche che crescono e si dividono, reti autocatalitiche che evolvono enzimi rudimentali.
Ma cucire questi risultati in un percorso continuo, dal pre-biotico al microbo ancestrale, è l’obiettivo in corso. Non siamo ancora in grado di farlo in provetta, ma questo non invalida la conclusione (empirica) che il fenomeno, per quanto complesso, sia chimicamente sufficiente.
Molti antiabiogenetici, antievoluzionisti (o talvolta addirittura creazionisti) puntano su una domanda, che oggettivamente è frutto di una errata valutazione che può colpire anche un evoluzionista: come può un fenomeno naturale, non guidato da alcuna mente, essere così difficile da riprodurre oggi da parte di menti intelligenti?
La chiave, come hai intuito, non è nel “caso” inteso come evento assurdo o improbabile, ma nel determinismo complesso e nelle condizioni ambientali irripetibili.
Abiogenesi non significa evento “a caso”, ma evento non intenzionale
La vita non è emersa “a caso” nel senso intrinseco o colloquiale (tipo: buttare molecole in una ciotola e sperare in un miracolo), ma in un ambiente chimicamente attivo, con milioni di micro-nicchie, energia costante e reazioni guidate da leggi fisiche.
In questi ambienti:
- i reagenti erano immessi e rimescolati costantemente, ad esempio nelle fratture sottomarine;
- interazioni selettive favorivano alcune reazioni rispetto ad altre (chimica prebiotica “canalizzata”);
- migliaia o milioni di micro-sistemi agivano in parallelo, per milioni di anni.
Nessun laboratorio odierno può replicare simultaneamente scala, tempo e varietà di quelle condizioni.
L’errore è nel paragonare la scienza moderna a un Dio: la Natura non “progetta”, ma esplora massivamente
Oggi noi operiamo con precisione chirurgica su ipotesi specifiche. Ma l’ambiente prebiotico aveva un vantaggio schiacciante: quantità e durata
| Natura primordiale | Laboratorio moderno |
| Milioni di reazioni parallele | Pochi esperimenti per volta |
| Milioni di anni di tempo | Settimane o mesi |
| Complessità ambientale libera | Condizioni controllate e limitate |
| Nessun vincolo di sicurezza o tempo | Esperimenti umani soggetti a limiti di risorse |
l’antropocentrismo retrospettivo, ovvero il guardare al passato come se il presente fosse l’obiettivo.
Come dicevo, Ma l’ambiente prebiotico aveva un vantaggio schiacciante: quantità e durata ma soprattutto non aveva uno specifico obiettivo! Noi ci stupiamo dello specifico risultato della vita e dell’umano ma escludiamo dalla nostra analisi, spesso, tutto ciò che è stato prodotto e che alla fine a noi non è interessato o non interessa.
Uno dei bias cognitivi più profondi e radicati nel pensiero umano: l’antropocentrismo retrospettivo, ovvero il guardare al passato come se il presente fosse l’obiettivo.
Ciò che ci sembra incredibilmente mirato – la comparsa dell’uomo, della coscienza, del linguaggio – è solo uno degli innumerevoli risultati di un percorso selettivo non finalizzato diviso in innumerevoli rami, dei quali siamo una delle tante, insignificanti ed inutili foglie.
Ma siccome noi siamo il risultato che si ritiene vincente in un solo ramo dell’albero evolutivo, ci sembra che l’universo ci abbia “voluto”.
Invece:
- la Natura non mirava a niente, esplorava possibilità (è ciò che fa la natura in modo non volontario);
- la vita è apparsa in miliardi di forme, la maggior parte delle quali sono estinte;
- la coscienza umana, la razionalità e l’intelligenza sono solo un ramo tardivo e locale;
- se le condizioni fossero state leggermente diverse, noi non ci saremmo nemmeno chiesti nulla.
È un errore confondere l’esito con l’intento!
La selezione del risultato ci inganna
Noi osserviamo solo i percorsi che hanno portato a qualcosa di significativo per noi. Non vediamo:
- i miliardi di molecole che si sono combinate “a vuoto”;
- le linee evolutive morte;
- le forme di “quasi-vita” che non sono sopravvissute;
- i percorsi chimici abortiti;
- le condizioni fallimentari mai registrate.
La Natura non aveva un “compito da svolgere”, ma solo processi da far scorrere. E in questo mare di possibilità, una ha portato a noi, ma non perché fossimo previsti.
Noi, invece, vogliamo il prodotto “finito”
Quando oggi in laboratorio proviamo a “creare la vita”, vogliamo quel prodotto preciso, che ha già miliardi di anni di raffinamento. Non ci accontentiamo di una protoreazione replicante o di una vescicola lipidica instabile. Ma la Natura non aveva questa impazienza. Ha operato per:
- quantità: innumerevoli esperimenti paralleli;
- tempo: milioni di anni;
- assenza di vincoli: non doveva sapere cosa cercava.
La nostra meraviglia nasce dal fatto che osserviamo il risultato e dimentichiamo la vastità del processo. Ci concentriamo sul “noi” come se fossimo stati voluti, dimenticando che siamo il prodotto di un filtraggio naturale su scala cosmica. La Natura non mirava a creare noi, ha solo esplorato tutto ciò che poteva esistere… e fra tutte queste possibilità, alcune hanno preso piede. Siamo figli di un filtro, non di un disegno.
Alla fine idee come il progetto intelligente soddisfano un nostro bisogno istintivo: quello di sentirci importanti!
L’idea del l progetto intelligente – come molte credenze teologiche e finalistiche – risponde a un bisogno umano profondo e ancestrale: quello di attribuire significato alla propria esistenza, di sentirsi al centro di un disegno, di non essere un accidente cosmico.
L’Intelligent Design non nasce da una necessità logica o da una lacuna nei dati, ma da una tensione emotiva. L’idea che:
- ci sia uno scopo dietro l’universo,
- qualcuno ci abbia voluti,
- la nostra esistenza non sia frutto del caso,
è estremamente consolatoria, perché risponde a bisogni esistenziali: paura del nulla, angoscia della morte, necessità di appartenere a qualcosa di più grande.
E’ una risposta psicologica, non scientifica!
La scienza non è fatta per consolare!
La scienza descrive quello che è, non quello che ci piacerebbe fosse vero. E ciò che ci mostra è:
- Un universo vasto, silenzioso e indifferente.
- Una Terra che non è al centro di nulla.
- Una vita nata da processi chimici naturali e selezione.
- Un essere umano che è una specie tra tante, con un passato condiviso con gli altri esseri viventi.
Questa visione non appaga l’ego, ma è tremendamente più onesta.
La scienza non è fatta per consolare, non appaga l’ego, ma è tremendamente più onesta!
Alle volte un po’ come compagno che ti dice onestamente: sei invecchiato, sei ingrassato, ti sei imbruttito, tuo figlio è un rompicoglioni, no tuo figlio non è un genio artisitico del colore perchè disegna un elefante viola che sembra un barbapapà… semplicemente non sa dsegnare…. è onesto, ma può far male! L’onestà, quella vera, spesso non si vuole davvero ascoltare! Sono in tanti a dire che vogliono amici, compagni, amanti, colleghi onesti… ma spesso non è vero!
Vogliono una bugia in più: desiderano che venga finto che le altre bugie consolatorie siano supportate dalla bugia “e lo dico perchè sono onesto”!
la scienza non ti dice che sei speciale, che c’è un destino per te, che tutto andrà bene. Non ti coccola. Non dice che tuo figlio è un genio dell’arte astratta perché ha colorato l’erba di viola e fatto un cane con tre teste.
La scienza ti guarda negli occhi e ti dice:
“Quello è un cane con tre teste. È brutto. Ma può migliorare.”
Oppure: “Tu sei grasso. Vuoi fare qualcosa al riguardo o no?”
Ed è anche per questo che la scienza non è per tutti. Non perché sia difficile da capire, ma perché è difficile da accettare.
molte persone non vogliono davvero la verità, vogliono la versione edulcorata della verità, magari infiocchettata con la bugia dell’onestà:
“Te lo dico perché ti voglio bene…”
Quando in realtà lo si dice per essere accettati, per non disturbare troppo.
È una forma sottile di complicità nella menzogna collettiva.
E il paradosso è che l’onestà vera viene spesso percepita come aggressione, perché non recita il copione sociale.
Accettare in una scienza che non consola, in un universo che non ci voleva, in una vita che non ha scopo preordinato, è una forma di maturità intellettuale ed emotiva.
Vuol dire accettare che la bellezza possa non avere senso, che il valore della vita lo metti tu, non te lo assegna un architetto invisibile.
