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“98% di Verità, 2% di Follia: La Lezione alle Fantasie di Libero”

Dimaurizio

Giu 7, 2025

Dagli indel ai fossili, un’analisi tagliente che smaschera cifre “gonfiate” e rivela le solide prove (genetiche e paleontologiche) dietro il legame uomo–scimmia.

Mi sono imbattuto in questo “capolavoro della razionalità” (se non è chiaro lo preciso, sono ironico), nel pezzo intitolato “La vera storia dell’uomo e la scimmia: parenti sì, ma non così stretti” (Marco Respinti, Libero Quotidiano, 6 giugno 2025 qui l’articolo https://www.liberoquotidiano.it/news/scienze-tech/42868924/uomo-scimmia-vera-storia-parenti-non-cosi-stretti/?fbclid=IwY2xjawKxKENleHRuA2FlbQIxMABicmlkETFiRmNyZ0psSnBCb0I1Qzd0AR4wTtODJLeV-5OTkhBoEH_tStK0X-hEXMSvr4mpr5fr0_49XfC3rPc7a_dD1w_aem_1q3LNZD8JlNaTh15NkAubQ ) si sostiene che un recente studio pubblicato su Nature (“Complete sequencing of ape genomes”, guidato da DongAhn Yoo) avrebbe rivelato una divergenza tra genoma umano e quello delle scimmie antropomorfe ben superiore al classico 2%. Secondo Respinti, dal 12,5% al 27,3% del DNA delle grandi scimmie “non si allinea” con quello umano, smontando la celebre affermazione del 98% di somiglianza genetica e “smascherando” i presunti bias delle mappe precedenti.

L’articolo prende poi in giro l’evoluzionismo citando analogie aneddotiche con banane, moscerini e coralli, declamando a gran voce una “scienza vera” che metterebbe in crisi decenni di ricerca molecolare e fossile.

Ora… l’articolo a cui fa riferimento è questo: https://www.nature.com/articles/s41586-025-08816-3?fromPaywallRec=false
E la cosa divertente è che molti antievoluzionisti nemmeno lo hanno letto, o forse non lo hanno capito (il che fa domandare se siano davvero così carichi di bias, prevenuti o addirittura stupidi).

Questo studio rappresenta un’importante pietra miliare nella genomica comparativa, poiché presenta sequenziamenti completi e risolti per aplogruppi di sei specie di grandi primati: scimpanzé, bonobo, gorilla, orangutan del Borneo, orangutan di Sumatra e siamang. Grazie a tecnologie avanzate, i ricercatori hanno ottenuto genomi di alta qualità, con una precisione di sequenza inferiore a un errore ogni 2,7 megabasi, e hanno completamente sequenziato 215 cromosomi senza lacune, dal telomero al telomero.

Lo studio ha permesso di analizzare regioni del genoma precedentemente difficili da caratterizzare, come i centromeri, i loci dell’immunoglobulina e le duplicazioni segmentali specifiche di ciascuna specie. Queste analisi approfondite forniscono nuove intuizioni sull’evoluzione e la diversità genetica dei primati, senza il bias derivante dal confronto esclusivo con il genoma umano di riferimento.

E, per la miseria, contrariamente a quanto suggerito nell’articolo di Libero Quotidiano, queste scoperte non mettono in discussione la stretta parentela tra esseri umani e altri primati. Al contrario, rafforzano la nostra comprensione delle somiglianze e delle differenze genetiche, evidenziando come l’evoluzione abbia modellato i genomi delle diverse specie di primati nel corso del tempo.
Ma andiamo ora per grado e lo vedremo. Lo vedremo con argomenti, prendendo alla lettera quanto emerso, non le deduzioni di LiberoQuotidiano, che non si pregia di dimostrare – come spiego e preciso ulteriormente in calce – scientificamente ciò che dice.

In sintesi, lo studio di Nature non smentisce la teoria dell’evoluzione né la stretta parentela tra uomo e scimmia, ma fornisce dati più dettagliati e completi che arricchiscono la nostra comprensione dell’evoluzione dei primati.
Vediamo un po’…

Una premessa obbligata, con affetto ironico

Cara redazione di Libero Quotidiano, la prossima volta che vi azzardate a “svelare” che uomini e scimmie non sono poi così parenti stretti, fate un favore all’informazione e all’evoluzione (di voi stessi): rispolverate almeno un paio di manuali di genetica, una panoramica sull’anatomia comparata e, se proprio avete tempo, fate un salto a guardare qualche fossile. Magari evitate di affidarvi solo all’”onsite delle bufale”, come se fosse un archivio peer-reviewed.

Il gioco dei numeretti: dove il DNA non mente (ma l’articolo sì)

Il celebre “98% di DNA in comune” tra uomo e scimpanzé non è un numero preso da un bigliettino dei Baci Perugina, ma deriva da allineamenti di sequenze ortologhe, ovvero porzioni omologhe di DNA confrontabili tra le due specie. Già uno studio su Nature del 2005 evidenziava che sul cromosoma 21, la somiglianza superava appunto il 98%.

Cosa fa il team di Yoo et al. nel 2025? Semplice: espande l’analisi includendo sequenze non allineabili uno-a-uno – regioni ripetitive, trasposoni, sequenze specie-specifiche – che nessuno scienziato serio considera come misura di divergenza funzionale. Dire che queste rendano uomo e scimmia più distanti è come affermare che due romanzi non siano simili perché uno ha una prefazione più lunga.

Ma quanto siamo davvero diversi? Spoiler: pochissimo

Quando si allineano direttamente le sequenze nucleotidiche (circa 2,4 miliardi di basi), la divergenza tra uomo e scimpanzé è solo dell’1,23%. Eventi di inserzione e delezione (indel) portano la differenza totale nel DNA comparabile a circa il 2,7%. A voler essere generosissimi, considerando anche duplicazioni e variazioni strutturali, si può spingersi a un 3-6%. Che in biologia evolutiva equivale al “tu guarda, è praticamente mio cugino”.

E no, nessun biologo ha mai detto che siamo identici. Ma in biologia, “simile” non vuol dire “uguale”: vuol dire “derivato da un antenato comune con modifiche”.

La vendetta dei fossili

L’articolo ironizza sulla “parentela con le banane”, dimenticando (forse non a caso) le vere pietre miliari della filogenesi umana: i fossili. L’albero genealogico umano non è composto da tweet e infografiche, ma da denti, bacini, falangi e crani veri, datati e collocati.

  • Ardipithecus ramidus (4,4 Ma): bacino da bipede, piedi da primate. Una chimera che piace all’evoluzione, non al clickbait.
  • Australopithecus afarensis (3,2 Ma): la celebre Lucy camminava su due gambe ma saliva ancora sugli alberi. Chi ha detto transizione?
  • Homo habilis (2,4–1,4 Ma) e Homo erectus (1,9 Ma–200 Ka) mostrano un progressivo aumento della capacità cranica e della complessità culturale.

Non serve scomodare Photoshop. Le ossa parlano chiaro. Chi le ignora, spesso, non vuole ascoltare.

La balla della banana (ovvero: come confondere somiglianza genetica con evoluzione)

Ogni volta che qualcuno vuole fare il brillante contro l’evoluzionismo, tira fuori la solita sparata: “Abbiamo il 50% del DNA in comune con le banane! Allora siamo banane?”.

No, non siamo banane, e nemmeno si tratta di una parentela “stretta” nel senso comune del termine. Quel 50% si riferisce a geni conservati, cioè componenti cellulari fondamentali per la vita in quanto tale.

Tutti gli esseri viventi che condividono un antenato comune (cioè… tutti) hanno dei tratti genetici simili perché sono stati ereditati. Le cellule della banana e quelle dell’uomo esprimono geni per processi di base come la respirazione cellulare, la sintesi delle proteine o la replicazione del DNA.

In pratica, quel 50% di geni comuni non dice che siamo “mezze banane”, ma che la vita ha una base molecolare condivisa. Se vuoi costruire un organismo multicellulare che respira, mangia e cresce, usi certi geni fondamentali. È un po’ come dire che due romanzi hanno il 50% delle parole in comune. Sì, certo: entrambi usano articoli, preposizioni, verbi ausiliari. Ma uno è I Promessi Sposi, l’altro Topolino e il mistero della banana gigante.

Confondere questa somiglianza molecolare con una “vicinanza evolutiva” è come dire che un tostapane e una Fiat Panda sono parenti perché hanno tutte e due un sistema interno ed una serie di meccnismi che producono calore (più di quanto si pensi). È vero. Ma uno permette di fare degli ottimi toast.

La differenza tra scienza e sensazionalismo? Circa 65 milioni di click

La scienza lavora con pazienza: osserva, raccoglie, confronta, falsifica, corregge. Il giornalismo sensazionalista, invece, produce titoli come “Uomo e scimmia non così parenti” ignorando volutamente il metodo e i dati. Magari domani scopriremo che Newton aveva torto perché la mela poteva anche essere una pera.

E quindi…

Sostenere che la somiglianza genetica non implichi un legame evolutivo è come dire che il fatto che due romanzi condividano il 98% del vocabolario non significhi che appartengano alla stessa lingua.

Se Libero vuole davvero rivoluzionare la biologia evolutiva, che lo faccia con dati, peer review e – perché no – una laurea in biologia. Fino ad allora, il vostro articolo rimane un bel caso di evoluzione… al contrario.


Nota finali per lettori interessati:
Le affermazioni riportate da Respinti sono basate su interpretazioni decontestualizzate e distorte di studi seri. La biologia evolutiva non è un’opinione: è la teoria scientifica meglio corroborata della storia della scienza, più della relatività generale. Chi la nega, oggi, fa più notizia del terrapiattista solo perché i giornali amano il paradosso più della verità.

Riferimenti
Chiudo con qualche riferimento serio per chi volesse approfondire sulle riviste scientifiche
(perchè, non lo dimentichiamo, quando – e può succedere) qualcuno ritiene di aver scoperto qualcosa che possa decostruire una teoria deve solo fare questo: condurre uno studio, pubblicarlo su una rivista accreditata superando il primo confronto e poi affrontare il confronto alla pari. Mentre chi non ha veri argomenti sa che nemmeno passerebbe il review iniziale, quindi si limita a parlare all’uomo della strada, saltando quei passi che davvero, se avesse argomenti seri, potrebbero portare ad una revisione del modello perchè noi siamo sempre qui, pronti a cambiar tutto (il giorno che davvero dovesse esserci un argomento serio).

  • The Chimpanzee Sequencing and Analysis Consortium, Initial sequence of the chimpanzee genome and comparison with the human genome, Nature 437, 69–87 (2005). nature.com
  • M. J. Britton et al., The Myth of the One Percent, Science (2007). en.wikipedia.org
  • T. White et al., Ardipithecus ramidus and the paleobiology of early hominids, Science 326, 75–86 (2009). science.org


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