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Quando la matematica non basta: il falso mistero dell’improbabile nascita della vita

Dimaurizio

Ott 28, 2025

Ogni tanto riemerge un vecchio argomento travestito da scoperta nuova: “la vita è troppo improbabile per essere nata da sola”.
Questa volta a riportarlo alla ribalta è uno studio di Robert G. Endres dell’Imperial College di Londra, interpretato (e forse un po’ romanzato) da vari blog. L’idea sarebbe che, applicando la teoria dell’informazione e la complessità algoritmica, la nascita spontanea della vita risulti così improbabile da rasentare l’impossibile.
Un po’ come voler scrivere la Divina Commedia lanciando lettere a caso su una tastiera.

Bella immagine. Peccato che non c’entri nulla con la scienza.

Il problema logico: calcolare l’ignoto

Per calcolare una probabilità, occorre conoscere il processo.
Non basta dire “la vita è improbabile”: bisogna sapere come sarebbe nata. E questo, semplicemente, non lo sappiamo ancora nei dettagli.
Parlare di “probabilità che la vita emerga dal nulla” equivale a stimare la probabilità di vincere una partita di scacchi senza conoscere le regole del gioco. È un numero privo di significato fisico.

La metafora del Lego — pezzi messi insieme a caso finché appare una cellula — non è ciò che la scienza moderna prevede.
Le ipotesi sull’origine della vita non descrivono un evento casuale, ma un processo fisico di auto-organizzazione favorito da vincoli chimici, catalisi, gradienti energetici e selezione molecolare.
Insomma, non è un tiro di dadi cosmico, ma un fenomeno di termodinamica complessa.

Dalla casualità all’auto-organizzazione

Già Ilya Prigogine, premio Nobel per la chimica, aveva mostrato come l’ordine possa emergere spontaneamente dal disordine quando ci sono flussi di energia e materia.
La vita non è un miracolo statistico: è una conseguenza possibile delle leggi fisiche.
In un ambiente ricco di molecole reattive, con energia disponibile e superfici catalitiche (come quelle dei minerali), le combinazioni chimiche non sono casuali: seguono percorsi favoriti, si replicano, si selezionano, si stabilizzano.
È così che un sistema chimico può diventare progressivamente “biologico”.

Quindi no, non serve che “l’universo sappia predisporre la vita”.
Basta che la fisica permetta all’ordine di emergere, e che il tempo faccia il resto.

Il fascino del “mistero” e la retorica dell’improbabile

La retorica dell’improbabilità è un vecchio trucco: si scelgono presupposti irrealistici, si calcola una probabilità infinitesima, e poi si conclude che “deve esserci qualcosa di più”.
È la versione moderna dell’“argomento del disegno intelligente”, solo con un tocco di matematica per darsi un’aria scientifica.

In realtà, la matematica non dice che la vita non dovrebbe esistere.
Dice soltanto che se la vita fosse nata da processi completamente casuali, sarebbe improbabile. Ma siccome non è nata per puro caso, il problema non si pone.

Il vero messaggio scientifico

Lo studio di Endres, nella parte più seria, suggerisce che la nostra comprensione dei processi di auto-organizzazione è ancora incompleta — e su questo ha perfettamente ragione.
Forse servono nuove leggi o nuovi principi per descrivere come l’informazione emerge nei sistemi complessi.
Ma da qui a dire che “la vita non dovrebbe esistere” c’è la stessa distanza che passa tra la fisica teorica e la teologia travestita da algoritmo.

La scienza non cerca consolazioni metafisiche: cerca spiegazioni verificabili.
E finora, tutto ciò che abbiamo scoperto sull’origine della vita — dalle catene di RNA auto-catalitiche ai protocolli di metabolismo primordiale — indica che la vita non è un colpo di fortuna, ma una conseguenza naturale dell’ordine che la materia può raggiungere.

Conclusione

La matematica non dice “no” alla vita.
Dice semplicemente che non possiamo calcolare ciò che non conosciamo.
È un po’ come voler stimare la probabilità di una poesia guardando l’inchiostro: senza capire la grammatica, ogni parola sembra un miracolo.

E forse è proprio qui che finisce la speculazione e comincia la scienza.

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