Il suicidio di Paolo Mendico, 14 anni, ha scosso l’Italia. La famiglia ha raccontato di anni di prese in giro: “Paoletta”, “femminuccia”, “Nino D’Angelo”. Non semplici soprannomi, ma parole che colpiscono nella parte più intima di un ragazzo in crescita.
Non sappiamo – e non ci riguarda – quale fosse l’orientamento di Paolo. Nemmeno penso abbia importanza. Possiamo tranquillamente supporre che, data la mancanza di informazioni ed essenso l’eterosessualità la condizione più comune, fosse etero. Ripeto, non ha nessuna importanza.
La famiglia non ne ha mai parlato, e non è questo il punto. Ciò che conta è che il linguaggio usato contro di lui appartiene a un repertorio preciso, quello del bullismo che si fonda su stereotipi di genere e sull’offesa alla mascolinità percepita come “debole” o “diversa”.
Ma allora cosa c’entra l’omofobia? C’entra perchè non serve “essere gay” per subire bullismo omofobo, proprio come non basta essere gay per attribuire alla omosessualità una discriminazione: io posso licenziare il mio collaboratore, che magari è gay, non perchè gay ma perchè è uno scansafatiche che lavora poco e male!
L’etichetta mancante
Spesso si commette un errore: si nega la matrice omofoba se la vittima non era dichiaratamente gay.
Ma il bullismo non funziona così. Colpisce anche e soprattutto chi viene percepito come non conforme agli standard, che siano di mascolinità o femminilità, che si tratti di un maggiore interesse allo studio rispetto agli altri, che sia perchè si interessa di sport diversi da quelli del gruppo, che sia perchè ha imparato anzitempo ad amare arte, poesia, filosofia o scienza.
Che sia perchè ama la musica, perchè ha un gusto estetico diverso da quello più comunemente riconosciuto.
Se la differenza è nell’etnia, nel colore della pelle parliamo di discriminazione raziale…
Ma omofobo o raziale è sempre quello: la discriminazione, ridicolizzazione, umiliazione, ghettizzazione e bullizzazione del diverso!
E’ la paura, o meglio IL FASTIDIO o L’OPPORTUNITA REGALATA DI FARE GRUPPO CONTRO POCHI, del retaggio delle scimmie violente che siamo!
Io non credo affatto che questi istinti siano di matrice familiare. Semmai familiare è la mancanza di educazione, di sensibilizzazione e – magari solo come secondo elemento spesso – un ulteriore rincaro da parte di posizioni razziste o omofobe familiari.
In questo senso, gli insulti subiti da Paolo sono già, di per sé, una forma di violenza omofoba. Non perché definiscono la sua identità, ma perché rivelano una cultura che considera “femminile” sinonimo di “inferiore”.
Una responsabilità collettiva
È qui che la vicenda ci interpella. Non si tratta di speculare sulla vita privata di un ragazzo, ma di guardare al contesto sociale che rende possibili certe parole e certi silenzi. Se “femminuccia” rimane accettabile come insulto, allora il terreno del bullismo resta fertile.
La tragedia di Paolo non ci chiede di definire chi fosse, ma di riconoscere la matrice discriminatoria del linguaggio che lo ha ferito. Non basta dire che era “solo un gioco”: era un gioco che colpisce la dignità, che isola, che lascia soli.
Perché non serve sapere chi fosse Paolo per capire che nessun ragazzo dovrebbe crescere con il peso di simili parole addosso.
